LE CONSEGUENZE DI UNA CONVINZIONE ERRATA

LE CONSEGUENZE DI UNA CONVINZIONE ERRATA

Lo scorso anno accademico (2013/2014) sono stato impiegato in una azienda torinese che si occupa di elettronica e telecomunicazioni, tramite due contratti semestrali, il primo dei quali stipulato prima della legge di Renzi del 2014 che porta da uno a tre anni lungaggine del precariato dei lavoratori italiani.
Già da alcuni mesi mi davo da fare per riqualificarmi come programmatore di computer e avevo anche portato a termine un piccolo progetto software per uno studio di architettura di collegno.
Dal 1996 ho avuto a che fare più volte con la psichiatria per una diagnosi (“sindrome dissociativa”) che mi mise di fatto un’etichetta già all’età di 22 anni circa.

L’ultima ricaduta nella malattia era avvenuta nel 2009, in concomitanza a vari fatti inerenti la mia separazione legale. Nel 2014 ho ottenuto il divorzio. Il disagio psichico segue (nelle fasi acute) degli schemi abbastanza standard, in questi schemi rientra anche la relazione tra perdita di sonno e scompenso. L’abbandono della setta dei Testimoni di Geova si è costituito chiaramente come elemento catalizzatore di questo processo. Osservo, peraltro, che negli anni in cui ho vissuto fra i Testimoni di Geova la prognosi e la gravità dei sintomi manifestati erano di gran lunga peggiori di quelli avuti nella RICADUTA avvenuta nei primi giorni dell’agosto 2014. Infatti, in tale data la diagnosi è stata Disturbo Bipolare, senza nessun riferimento a dissociazione psichica. Questo avvalora la tesi secondo cui questa malattia abbia una duplice natura: genetica nella predisposizione e sociale nell’esordio. Sentirsi in obbligo di accettare un paradigma non proprio, per senso di colpa e per bisogno di accettazione sociale, porta a sviluppare nei lunghi periodi tensioni emotive tanto grandi da spiegare (non giustificare) un episodio psicotico.

Devo completamente abbandonare l’idea di curarmi con soli metodi alternativi agli psicofarmaci atipici.

Da tre anni ho una relazione con una donna. Questo rapporto ha fatto la differenza per me, sono andato avanti grazie a lei anche quando non ne ero cosciente e lei ha superato più volte il disagio dei miei umori che divenivano instabili ogni volta che cercavo di ridurre i farmaci.

Arrivò la crisi di questa estate. Pensavo di essere guarito e di non avere bisogno di farmaci, mentre invece diventavo sempre più reattivo ed irritabile.
Decisi di isolarmi dalla mia compagna per rifugiarmi a casa di un amico con il quale oggi non ho più rapporti. In una settimana smisi totalmente di dormire, senza rendermi conto di aver bisogno dei farmaci. Poi in una notte totalmente insonne, prese il sopravvento l’irrazionalità in un modo bizzarro, simulai il suicidio facendo finta di ingerire tutti i farmaci che avevo in casa (che invece andarono nel water) insieme a una bottiglia di brandy (che andò nel lavandino della cucina). Un gesto plateale e disconnesso per dire una sola cosa: portatemi all’ospedale. Bizzarramente, questo mi portò nel posto in cui mi avrebbero curato. Sarebbe stato più logico dire: “ragazzi, sto male portatemi all’ospedale!” ma quello sarebbe stato il comportamento di uno che sta bene.

Avevo impedito alla mia compagna di contattarmi in qualsiasi modo, ma grazie ad un amico comune da me informato la trovai all’ospedale, desiderosa di aiutarmi, fu con me quasi tutti i giorni ed è per lei che ci sono ancora. E’ per lei e per me stesso che dico: non lo farò più, non abbandonerò più la terapia. La vita con i farmaci può sembrare una corsa con un peso sulle spalle, ma vale la pena continuare a correre.

I farmaci prescritti dovevano abbattere la profonda agitazione che mi aveva colpito. Ero come una pianta di ulivo che vegeta in pieno inverno senza poter riposare. Per un po’ il tono dell’umore divenne fastisiosamente cupo, ma era necessario per la ripresa.

Ora ho rimesso le mani sul computer, vorrei tanto tornare a lavorare.

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