Convinzione contro dubbio, ottusità contro sospettosità. L’anima virtuosa e quella viziosa di un rapporto d’amore.

E’ meglio essere sempre convinti delle proprie idee o lasciare un ragionevole spazio al dubbio? Essere convinti di un dato certo può sconfinare nell’ottusità? Il dubbio può altresì sconfinare nella sospettosità compulsiva? Quanto può far male ad un rapporto di coppia essere non equilibrati in relazione a questi aspetti caratteriali?

Io personalmente ho tratto giovamento, al fine di apprendere un modello di comportamento migliore a questo proposito, dal metodo scientifico, che viene applicato – per via indiretta – anche nelle indagini dei tribunali giudiziari.
Nel metodo scientifico, una teoria per essere considerata valida deve essere dimostrata in modo generale. Anche un solo controesempio può negare una tesi scientifica. In tribunale, una persona è considerata innocente finché non è provato il contrario.

E allora una convinzione deve rimanere tale finché i fatti oggettivi non la negano. Questo è un concetto semplice per la logica matematica, ma avere un atteggiamento e una personalità equilibrata in tal senso potrebbe essere un obiettivo sicuramente raggiungibile, ma in modo non banale.

Innanzitutto, la persona compulsivamente sospettosa può dovere questo suo comportamento ad una scarsa autostima e ad uno scarso amor proprio. Chi non ha un concetto equilibrato della propria persona e fiducia in se stesso, non riesce a fidarsi nemmeno del prossimo. Per contro, la persona sospettosa può trovare un cattivo equilibrio rifugiandosi nell’ottusità riguardo ad alcune convinzioni. E’ come cercare di trovare un equilibrio tra salite e discese in una passeggiata tra i boschi, tra il sonno e la veglia, tra il lavoro e il divertimento. Avere equilibrio tra alti e bassi senza valori massimi e minimi troppo marcati è un obiettivo complesso da raggiungere, ma fondamentale per la salute.
Il rapporto di coppia soffre in maniera marcata quando non c’è questo equilibrio in almeno uno dei partner. Inoltre se uno dei partner perde l’equilibrio può accadere che l’altro lo perda a sua volta, oppure può avvenire una rottura. In altri casi, i più felici, entrambi i partner raggiungono un buon livello di maturità ed equilibrio, spesso il sentimento reciproco può essere uno stimolo a raggiungere un migliore compenso personale. L’eccessiva convinzione può portare a non considerare i fatti che contraddicono le proprie idee, nella fattispecie l’impressione che abbiamo della personalità del nostro partner può risultarne compromessa. Analogamente, l’eccessivo dubbio è dannoso. L’opinione personale circa la personalità del partner sarà traballante, instabile e scostante.

Perché gli psicotici non riescono ad amare?

“Amor ch’a nullo amato amar perdona”… soltanto un amore finto smette di amare: con queste parole Dante ci esprime tutta la disperazione di chi vede infrangere un legame affettivo che tocca i più profondi sentimenti.
Può capitare che un individuo reputato sano dalla cerchia di amici e conoscenti in modo anche repentino perda tutta una serie di competenze cognitive ed affettive, sviluppando una patologia psichica.
La medicina attuale insiste nel non aver trovato una precisa causa biologica delle psicosi, come ad esempio la schizofrenia, sembra comunque evidente che si possa ereditare una predisposizione a sviluppare la malattia. Su questo per lungo tempo sono stati aperti numerosi dibattiti in ambito accademico, dai tempi di Basaglia tra gli anni ’70 e ’80 del XX secolo. La mia personale posizione al riguardo è che la predisposizione alla psicosi, pur essendo un concetto teoricamente ammissibile è una caratteristica troppo complessa e sicuramente multifattoriale, per essere considerata un “carattere ereditario” alla stregua dell’altezza e del potenziale tono muscolare.
Al di là di questo dibattito, vorrei concentrarmi sulle competenze affettive che può certamente perdere lo psicotico, quindi sulla capacità di amare. In termini psicoanalitici, certi autori si sono espressi con il termine “anoressia sentimentale”, che è l’esatto opposto di “dipendenza affettiva”. La società attuale, con i suoi squilibri e le sue contraddizioni, ha sviluppato due diverse patologie, il non aver voglia di amare e il dipendere troppo da una persona o un sentimento d’amore.
L’indagine in merito a una causa psicologica relativa al non aver voglia di amare può certamente aprire un filone di ricerca nella psicologia sociale.
Si possono individuare comunque delle “tracce generiche”, su alcune cause:
– crisi di valori
– separazioni
– instabilità economica
– difficoltà a fare un progetto del proprio futuro.

Molto spesso, le persone che sviluppano una patologia psichica vengono trattate farmacologicamente e non è detto che a fronte di questa terapia venga fornito anche un supporto terapeutico. Il sistema sanitario nazionale garantisce e in alcuni casi rende obbligatorio il trattamento farmacologico. Secondo vari fondatori della psicoanalisi, come Jung, anche la psicosi può essere trattata con strumenti analitici. Questo perché la differenza tra la nevrosi e la psicosi non è di genere ma solo quantitativa. Secondo alcuni autori, anche psichiatri, l’allucinazione è come sognare da svegli quando la mente viene privata del sonno e il delirio è solo un tentativo di trovare un equilibrio migliore. Secondo lo scrittore triestino Italo Svevo, la dissociazione è una componente naturale dell’animo umano.
Quindi, il sintomo va interpretato e non solo inibito.
Certamente nessuno vorrà discutere sul fatto che comportamenti violenti o autolesivi debbano essere impediti o che in certi casi il farmaco è l’unica soluzione per alleviare una profonda sofferenza, tuttavia il farmaco va usato nei tempi e nei modi corretti, perché solo un’interpretazione simbolica del sintomo può portare alla guarigione e anche perché il farmaco a lungo andare può avere effetti collaterali permanenti. Uno di questi effetti collaterali è l’ottundimento emotivo, quella situazione di torpore sentimentale che rende lo psicotico mal curato incapace di amare.