STO LAVORANDO COME BADANTE DI UN OTTANTACINQUENNE

badante

Uomo, cinque bypass, con demenza senile. Da circa 4 settimane. All’inizio non era cosa facile, nelle sue allucinazioni (che avvenivano sempre in tarda serata) io assumevo il ruolo del “persecutore”. Poi il neuropsichiatra che lo segue ha prescritto il Serenaze. Il mio compito sta diventando via via più semplice, le allucinazioni stanno scomparendo. Ci facciamo delle belle chiaccherate tra una compressa e l’altra, una per il cuore…una per la diuresi eccetera…tra la cena e lavare i piatti, sta diventando più sereno. Riesce persino a divertirsi, a volte il suo pensiero diventa tuttavia elementare e a tratti fa fatica ad esprimersi. La terapia è buona, ma non può essere perfetta. Con un aneurisma aortico e ischemie cerebrali multiple…non si può pretendere di più.
Caro mio vecchietto, ti dedico questa poesia, precisando che tu hai più dignità di me, perchè sei sempre stato attaccato alla vita…in ogni attimo respiro dopo respiro:

https://ettoreschmitz74.wordpress.com/poesie-maledette2/

L’altra notte, durante una delle sue chiacchere diceva:
“Ricominciare da capo è dura, per questo voglio rimanere ancora un po’ qua.”

Caro vecchietto, ti auguro una vita felice, per quel che di meglio posso aiutarti a realizzare ora e soprattutto nella tua prossima esistenza.

TRATTO DA “La porta delle stelle – quando la consapevolezza entrerà nel mondo” COME NASCE SI CREA O SI ORIGINA UNA ALLUCINAZIONE

COME NASCE SI CREA O SI ORIGINA UNA ALLUCINAZIONE

hallucinations

XV

Erick era sconcertato dal comportamento di suo padre. La diagnosi “demenza senile” appariva ai suoi occhi una eccessiva generalizzazione, un voler tamponare un complesso problema senza fare il minimo sforzo di comprenderlo. Certo, il fatto che un anziano abbia una massiccia perdita di cellule cerebrali ha il peso più grande nello spiegare l’esordio di questa psicosi. La perdita momentanea della memoria e l’incapacità di percepire in modo coerente il proprio ruolo sociale ne erano in qualche modo una conseguenza, ma certamente non spiegavano il fenomeno in modo esaustivo. Erick era una persona sensibile, si ricordava del periodo di stress passato per via della morte di Hazor e si poneva tante, tante domande inquietanti.
Che dire di quei ragazzi che incominciavano in modo promettente la carriera militare e poi di fronte agli orrori della guerra sviluppavano delle psicosi? Una volta terminata la personale terapia farmacologica antidepressiva, Erick incominciò ad interessarsi di argomenti correlati alla psicologia. A dire il vero, fu un rispolverare una vecchia passione precedente all’impegno universitario e alla carriera militare quando ancora non era sicuro della facoltà in cui avrebbe proseguito gli studi. Erick era appassionato di tutto ciò che è scienza, e negli anni si stupiva di come concetti della matematica, della fisica, dell’informatica e dei suoi rapporti con la linguistica, perfino della cibernetica (scienza che studia cosa accade nei servo-sistemi meccanici e come questo porti al raggiungimento di un obiettivo o soluzione di un problema) potessero essere utilizzati per comprendere l’ estremamente complesso meccanismo dei nostri processi cognitivi. Erick era convinto che una visione strettamente materialistica fosse troppo miope. Pensava che gli esseri umani non fossero macchine, ma che fossero degli esseri spirituali che governano un corpo-macchina che niente altro era che un sistema retro azionato in grado di auto correggersi e regolarsi per approssimazioni successive.
Quello che più sconvolgeva Erick – e lo faceva soffrire non poco – erano le allucinazioni del padre, l’anziano generale Johnson. Erick aveva studiato il concetto dell’inferenza inconscia e delle costanze percettive, quel procedimento creativo della mente umana che consente di aggiungere informazioni alla percezione visiva sulla base di quello che già si sa del mondo in cui viviamo, quel fenomeno che ci consente di sapere che davanti a noi, sebbene sulla nostra retina ci sia l’immagine di un ellissoide, in realtà ci sia un cerchio che man mano va inclinandosi. Questo concetto influenza pesantemente tutte le branche della psicologia. Molto spesso le informazioni che disponiamo direttamente non sono sufficienti per avere chiara la situazione in cui ci troviamo e quindi prendere una decisione, perciò ricorriamo a delle euristiche di giudizio, dei veloci algoritmi che consentono di decidere e di tappare i buchi informativi usando l’intuizione (o meglio l’inferenza) per capire quali sono i dati che ci mancano.
Ma abbiamo appunto detto che l’inferenza si basa su quello già “sappiamo” del mondo. Sarebbe più corretto dire ciò che “crediamo esser vero” intorno al mondo. E se quello che crediamo è sbagliato? Se i nostri veloci algoritmi ci forniscono dei “dati aggiuntivi” errati? La nostra visione generale è dunque sbagliata. Ecco COME nasce l’allucinazione. Potremmo vedere un triangolo, al posto del reale cerchio.
Il PERCHE’ è tutta un’altra faccenda, e affonda le sue radici su forti fenomeni emotivi momentanei o antichi e dimenticati. Ecco come il desiderio dell’acqua nel deserto in punto di morte provoca il miraggio, ecco come il pericolo e la paura costruiscono i nostri peggiori incubi che si materializzano in fase di veglia. Erick si chiedeva, è giusto stordire con i farmaci chi soffre per questi fenomeni? La realtà è che per l’incolumità degli astanti e del malato ricorrere ai farmaci è l’unica soluzione. Solo nel momento in cui la fase di scompenso è passata si può tentare una psicoterapia e solo nel caso in cui si abbia a che fare con un cervello strutturalmente sano. E’ evidente che non si può pretendere che un’ auto con la convergenza fuori asse possa seguire traiettorie rettilinee, prima bisogna risolvere il danno fisico e poi si può tornare alla guida.
Tuttavia, non tutti i fenomeni in passato giudicati manifestazioni psicotiche sono state realmente tali. Studi scientifici del paranormale hanno dimostrato l’esistenza di fenomeni come la telepatia e la chiaroveggenza. Il comandante sapeva che persino alcune autorità belliche si erano serviti dei servigi di personaggi definiti “sensitivi”. Questo turbava molto la sensibilità di Erick. Si rendeva conto, che la scienza, quella vera non poteva essere legata alla sola materia, che l’esistenza di altre dimensioni della fisica, unita al calcolo delle probabilità avevano reso gioco forza al fatto che nel nostro mondo esiste il meraviglioso fenomeno della vita, quindi questo doveva portare a credere nell’esistenza di altri mondi desiderosi di manifestarsi e comunicare con noi. Ma a che scopo? Cosa si attendono da noi queste entità ultra materiali? Come sono strutturate le loro civiltà?

Tratto da “La porta delle stelle – quando la consapevolezza entrerà nel mondo”

IL PADRE DEL COMANDANTE JOHNSON

napoleoneNapoleone Bonaparte

XIV

“Erick! Oggi mi sembri decisamente triste…spero che tu abbia superato il dolore dei mesi passati.”
Il comandante rassicurò con voce calda Nickita. Il pensiero di Johnson era rivolto all’anziano padre, il vecchio generale Federick Johnson, ormai 85enne, cardiopatico e con demenza senile. La madre di Johnson era mancata da circa due anni e il padre, a tratti, non era cosciente della cosa. L’anziano generale dell’artiglieria degli USA in pensione, viveva in un lussuoso appartamento a dieci chilometri dal Pentagono, assistito da tre badanti, una donna sud-americana di nome Giselle, la quale prestava servizio al giorno, un uomo Inglese di nome Lewis che lavorava di notte e una donna sud-americana di nome Penelope presente durante il fine settimana. Il generale era stato un uomo dolce e gentile ma allo stesso tempo fermo e autoritario. Sebbene il lavoro fisico più pesante lo svolgesse Giselle, svolgendo i lavori di casa, il compito più gravoso era affidato a Lewis, in quanto tra le diciotto e le ventidue Federick aveva gli incubi peggiori. Il padre di Johnson non aveva proprio accettato la mancanza della moglie, sebbene passasse il giorno intero in totale tranquillità e chiacchierando prima con Giselle e poi con Lewis, alla sera voleva a tutti costi raggiungere casa sua – che non riconosceva assolutamente nel posto in cui si trovava – e sua moglie che credeva viva e in ansia per lui. Lewis, nel primo periodo successivo all’insorgenza della demenza del generale, si era abituato a prendere puntualmente qualche schiaffo dall’autoritario vecchietto furibondo. Ma poi escogitò uno stratagemma. Confessava ogni sera di essere una spia russa, che collaborava con una cellula terroristica a distanza con l’obiettivo di tenere prigioniero il generale, impegnato in operazioni difensive contro un attacco atomico. Lewis, si faceva “severamente fucilare” ogni sera dall’unico soldato del plotone di esecuzione che era il vecchio generale. Federick, dopo che Lewis si fingeva morto, avendo scaricato la sua rabbia, soddisfatto cercava l’uscita, che era serrata. Confuso dalla stanchezza ogni sera si convinceva che era il caso di andare a dormire, sotto l’effetto del seroquel e del dalmadorm. Poi, il risorto Lewis si dedicava a lavare i piatti e pulire la cucina, dopo la cena, per la quale il generale non dimenticava mai di ringraziare con estrema gentilezza.
“Generale Johnson, è stata di suo gradimento la cena?”
“Cotta e condita, discreto lavoro soldato. Ma ora si è fatto tardi devo raggiungere mia moglie a casa mia. Grazie davvero per l’ospitalità e per cortesia mi apra la porta…”
“Purtroppo la porta è chiusa e non ho le chiavi.”
“Che cosa? Brutto maiale! Dimmi chi sei e chi ti ha mandato! Allarme rosso! Allarme rosso! Sono prigioniero! Mi trattengono contro la mia volontà!” sbraitava il comandante in direzione del citofono di casa che credeva una radio-strumentazione bellica.
“E va bene confesso! Sono una spia russa!”
“Corpo di mille contraeree! Dovevo immaginarmelo! E chi potevi essere altrimenti con quello strano accento? Ti dichiaro colpevole di spionaggio, sequestro di persona e terrorismo internazionale! Per i poteri conferitimi dalla corte marziale in tempo di guerra eseguirò io stesso l’esecuzione capitale immediatamente.”
Allora Lewis va nel ripostiglio a prendere un fucile giocattolo dalle dimensioni e dal peso molto realistico in grado di produrre al più un discreto rumore. Lo stesso Lewis impartiva così i comandi:
“Puntare! Mirare! Fuoco!” e poi cadeva a terra, in una posizione comoda su un cuscino che poco prima aveva adagiato sul pavimento.
Quindi il generale andava nella credenza, prendeva una vecchia medaglia al valore di guerra e se la appuntava al petto sopra il bavaglino della cena appena consumata. Ora si credeva solo in casa con un cadavere. Non capendo come fare a uscire da casa lo sconforto lo convinceva ogni sera ad andare a dormire. Il seroquel e il dalmadorm stavano facendo effetto. Con un occhio semiaperto il cadavere controllava che il povero e triste vecchietto non cadesse a terra per effetto di sedativi e ipnotici prescritti da un noto neuropsichiatra della contea di Arlington.
Lavati i piatti Lewis andava a dormire e si alzava due e tre e volte a notte quando il vecchietto voleva andare in bagno. Di notte il generale si sentiva bisognoso, vagava a tentoni e non ricordava più né rango né grado militare. Alle sette del mattino arrivava Giselle, che era anche l’amore di Lewis, all’insaputa di Erick Johnson. Si passavano il quaderno delle consegne con gli appunti del comportamento del generale, dove avrebbero tante volte voluto scrivere quelle magiche paroline: “ti amo”. Al fine settimana, Lewis e Giselle stavano insieme, lontano dal Pentagono e da occhi indiscreti.